DOMENICO NORDIO, OFFICIAL WEBSITE

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DOMENICO NORDIO, OFFICIAL WEBSITE
Published by in DIDATTICA · 7 October 2019
Provo a spiegare meglio l'opinione cattiva che ho sempre avuto sul violinismo paganiniano (indispensabile, cioè, per eseguire efficacemente Paganini) e che mi ha reso impopolare fra cultori.

Il genovese necessita di una tecnica che non è di tutti i violinisti, nemmeno mia, perché richiede un approccio aereo all'emissione, e di grande controllo digitale, per rendere possibile la coordinazione con una mano sinistra che spesso si trova ad articolare ai limiti massimi di velocità.

Ci sono dettami specifici che vanno per bene coltivati e che servono praticamente solo per Paganini: ad esempio, l'esatto rapporto fra contatto e velocità dell'arco per avere dei doppi armonici efficaci (oltre a un violino che conceda le piccole, inevitabili imprecisioni e sia regolare nelle vibrazioni); il tipo di presa della mano destra per i picchettati (o picchiettati? Mai capito) che, è vero, ci sono in altri brani, vedi Sibelius, ma che lì si limitano a piccoli frammenti che possono essere gestiti come se fossero dei "gettati" (i violinisti capiranno la differenza, magari un giorno proverò a descriverla anche ai profani: dico solo che il gettato è colpo d'arco indispensabile da conoscere); la gestione della caduta delle dita nei passi rapidi e sovracuti, passi che, per forza di cose, sono quasi inaccessibili a chi abbia la mano sinistra grande perché si basano su posizioni e torsioni del polso del tutto peculiari.

Insomma, per suonare Paganini bisogna studiare nello specifico fin da piccoli, con il rischio di compromettere altri aspetti violinistici che invece sono indispensabili nel resto del repertorio (il concetto di "aereo", caro ai "paganiniani", stride, ad esempio, con il concetto di "profondo" che è nella bocca dei "bachiani"). La presa "leggera" della mano destra non permette una cavata possente, la posizione curvata della mano sinistra privilegia la punta delle dita a scapito dei polpastrelli che invece sono quelli che rendono ricco il suono, l'eccessiva velocità dell'arco azzera il controllo del punto di contatto che rende l'emissione precisa e regolare.

E via dicendo.

Certo, direte voi, ci sono stati alcuni violinisti paganiniani che sono stati perfettamente in grado di suonare tutto: detto che anche qui si potrebbero aprire dibattiti infiniti e inutili (perché troppo legati alla percezione soggettiva), è evidente che si contino sulla dita di una mano, e non per tutto il repertorio del genovese (i concerti, ad esempio, sono molto più aerei del repertorio con la chitarra). Sono fermamente convinto che all'inizio della carriera si abbia da fare una scelta precisa, per non cadere negli equivoci strumentali che hanno tarpato le ali a tanti virtuosi: limitare le sortite paganiniane ai primi due concerti, ad alcuni capricci e a qualche altro brano presente, soprattutto, nei concorsi (alla "Nel cor più non mi sento") e, contemporaneamente, dedicarsi allo studio approfondito di Bach, di Mozart, di Beethoven e di Brahms, autori che, per definizione, vogliono una tecnica che è di segno opposto.

Chiudendo la pappardella, non voglio addentrarmi sul valore assoluto della musica di Paganini perché, anche qui, sarebbe scivoloso: a mio parere la sua identità "rossisinana", tanto sbandierata dai suoi amanti per giustificarne la produzione, si limita a un paio di temi effettivamente azzeccati (e non partitemi col pippone del "pesarese ispirato dal genovese" perché lo conosco già).

E allora chiedo: il gioco vale la candela?

Alla prossima.


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